Giancarlo Cozzi
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L'Ipercromatismo

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Inserito su vari cataloghi d'arte come:

Catalogo Monteverdi 1973
Orizzonte 75 Artisti Contemporanei
Selearte Moderna 1978
I Grandi Capolavori dell'Arte 1979
L'Elite 1982
Annuario COMED 1985
Il Quadrato 1986
Un Anno d'Arte Fabbri Editore 1986
Pensiero e Arte 1987
L'Elite 1997
Arti & Artisti 1998
Dizionario Enciclopedico Internazionale d'Arte Contemporanea 1999/2000
Dizionario Enciclopedico Internazionale d'Arte Contemporanea 2000/2001
Dizionario Enciclopedico Internazionale d'Arte Contemporanea 2001/2002


Nel libro "Il Folle Volo" di Maresa Mallamaci si parla dell'Artista Giancarlo Cozzi.

Sue poesie sono pubblicate su quattro raccolte.Con altri artisti ha ideato e firmato i due Manifesti dell'Ipercromatìsmo.

Vari critici e scrittori hanno parlato delle sue opere, tra i quali: A.De Bono, F.Caimmi, G.Martucci, C.Fortina, L.Prada, G.Ricci, I.Castro, G.Sabino, P.De Pasquale, P.Vanzulli, D.Vadalà, G.Spinelli, L.Galligani, F.Oldani, L.Losa, E.Moro, D.Martino, M.Locatelli, G.Falossi, S.Perdicaro.

CENNI CRITICI:

I lavori di Giancarlo Cozzi nascono da un'intensa ricerca del volto segreto del reale, mirata principalmente sul paesaggio nei suoi molteplici aspetti morfologico ambientali. L'interpretazione che ne viene data differisce alquanto da una tradizionale riproposta, più o meno interpretata, del tessuto epidermico oggettivamente riscontrabile nel modello prescelto. Qui il pittore attua invece un'indagine conoscitiva che conserva del dato concreto solo alcuni elementi essenziali della struttura, addentrandosi poi in uno "scavo" appassionato ed attento per conquistare l'anima delle cose, quasi per catturarne, rendendolo visibile sulla tela, il loro pulsare vivificante. Ciò avviene mediante un linguaggio fondato e materiato nel colore, scelto da Giancarlo Cozzi come il mezzo più adatto a tradurre in immagine i lineamenti nascosti della natura, percepiti ed amati come presenza mutevole e potentemente dinamica da cui attingere la linfa vitale. Tra i suoi quadri, molti sono di notevoli dimensioni; ciò accresce l'invito che sentiamo dinanzi ad essi non solo a guardare, ma anche "ad entrare" nel tessuto cromaticoformato da accordi di compatta purezza melodica, in cui l'eco vibrante ed intensa delle sensazioni è costantemente incanalata e dominata da una vigile coscienza critica e da un'alta concezione compositiva; elementi, questi, recanti ben chiara l'impronta di lunghi anni di studio e di tirocinio pittorico, in cui l'adesione, nei primi Anni Ottanta, all'Ipercromatismo (corrente di cui Giancarlo Cozzi è stato co-fondatore), ha rappresentato un importante momento di chiarificazione nell'iter evolutivo dell'artista. Avvicinandoci in particolare a qualche dipinto tra i più recenti, troviamo, tra gli altri, "Fili d'erba " dove sono ben presenti reminiscenze divisionistiche nell'ondulante, fittissimo arazzo formato da innumerevoli, sottili segmenti di diversi toni d'arancio e di azzurro fluttuanti nel maestoso incurvarsi delle superfici di questo "mare " accarezzato dal vento, mentre ne "La grande quercia" la preziosità materica dei lilla biancastri emerge dal denso turchino del fondo per disporsi, nella sezione inferiore del quadro, in ampie placche tingenti di tenero pallidissimo verde, aureolato dalla gloria di un giallo intenso. Assai suggestivo anche "Parco Arcadia all'imbrunire", sempre di quest'anno, con l'irregolare fluire di una tessellatura dalle magiche luminosità, la fascia sottostante scandita dallo spessore ineguale di nastri di colore, in cui si inserisce la nota appena percettibile di un verde riflessante, con brevi guizzi compendiari, l'azzurro sospeso dell'intonazione d'insieme.

Ines Pessina




Guardando i rossi fiori del mio giardino toscano, nel paese che fu dei "Macchiaioli, mi ricordo dell'amico Giancarlo Cozzi. E come potrei dimenticarlo! Proprio qui ove un suo autoritratto troneggia su un'alta parete, in una stanza, dalla quale, fra palme, pini, ed allori, in lontananza si vede il mare blu indaco. Mi ricordo del nostro primo incontro che è già un aneddoto. Casualmente vidi le sue opere ignorandone l'autore e subito espressi, con spontaneità ed entusiasmo, la mia ammirazione per quella pittura che illuminava una giornata deludente, che mi vedeva impegnato, come giurato, in un concorso di pittura al quale Cozzi, essendo promotore, non aveva partecipato. Era quasi un miracolo. Mi sembrava di essere di fronte ad uno specchio delle mie idee ipercromatiche, la realizzazione del primo "Manifesto dell'Ipercromatismo". Fra centinaia, migliaia di quadri che avevo visto, solo quelli erano veramente vicini a ciò che intendevo come opere ipercromatiche. Nacque subito una profonda amicizia e collaborazione. Giancarlo entrò così a far parte del gruppo storico del movimento ipercromatico fin dalla sua formazione, dando il suo prezioso apporto creativo e di idee. Partecipò in una lunga notte magica alla stesura del "Manifesto Tecnico dell'Ipercromatismo" del quale è, naturalmente, firmatario. Espose in molte rassegne di corrente, affermando il suo modo di essere artista serio e coerente, tant'è vero che, in momenti di crisi dubitativa, seppe estraniarsi per trovare, in solitudine, la sua via alla ricerca di un cromatismo, che per lui, non è solo legge fisica e teoria. La sua quadreria, infatti, non è espressione ed accettazione supina di tecniche precostituite, ma il meditato e sofferto risultato di una spontanea gestualità, di una naturale predisposizione al colore, che prende il sopravvento, fino a divenire un insieme armonioso, bilanciato, concentrato e stilizzato della materia trattata. La ricerca della sintesi non gli fa però perdere in contatto con la realtà delle forme. Non bisogna dimenticare che Cozzi proviene da un lungo periodo dedicato al sociale. Grandi tele simboliche, efficaci nel messaggio che trasmettono, meravigliose nei colori, testimoniano l'opera giovanile di questo pittore. Sfogliando l'elegante catalogo curato dalla Società Renault, che ha dimostrato, ancora una volta, lodevole mecenatismo, possiamo ammirare alcune delle ultime creazioni di Cozzi, già esposte in una bella "vernice" che ho avuto l'onore di presentare al "Cova"di Via Montenapoleone, nel salotto di Milano. Sono per lo più inni alla natura, stilettate di luce nel buio di questi anni difficili, iniezioni di speranza per chi non ne ha più, ma sono anche lettere d'amore ad una pittura che è ormai nel suo sangue di poeta passionario ed istintivo, perché Giancarlo Cozzi ha ricercato la sua individualità per anni, con rabbia ed accanimento, forse non sapendo d'avere già dentro di sè, fin dalla nascita, lo stesso seme dell'Ipercromatismo ed il destino di farne per sempre una ragione di vita.



Giuseppe Ricci




Giancarlo Cozzi è per una interpretazione di una realtà naturale valorizzata da una spinta particolare sia nella interpretazione puramente emozionale che tecnica.



Prof. Giorgio Falossi




Accade talvolta che il gioco alterno della memoria funzioni a dovere: allora viene cancellato il dannoso, si rimuove l'inutile, e le oasi della felicità rimangono intatte. E' quello che mi succede andando, al di là delle opere recenti testé contemplate, a rivisitare le stazioni di una carriera (o di una vita?) che Giancarlo Cozzi ha percorso nei decenni (la quando, disperso nelle nebbie della prima adolescenza, sotterraneo e scosceso come un fiume carsico, spargeva bagliori febbrili che ancora m'incantavano. Un cembalo sonante. Una macchina dei cuore, che sospinge alla grazia questo sommo, implacabile adoratore della natura, consentendo al suo verdeggiante immaginario di fiorire sopra i i ruderi della storia. Affermazione che può essere considerata impegnativa, azzardata, Ma io credo che sia giusto buttarsi in fuori, oltre ogni promessa, quando si tratti di testimoniare l'evento, quando l'emozione del vivere abbaglia e confonde in una vertigine i contorni della realtà, quando i fattori e gli addendi d'un artista ti convincono che la vita è quella che fu volevi che fosse. Una condizione dell'arte, questa di Giancarlo Cozzi, elle neri si spiega se non in relazione ad una incandescenza. Partito a convivere con la grande orologeria della natura, il pittore inalbera lutto quei suo fulgore bianco e azzurro e violetto e d'oro che, raccattato dalla terra, perfeziona lo spettacolo della propria coscienza. E li recita, questi colori, dal di dentro, come un dialetto dell'anima. E' una dimensione mentale e naturale al contempo. Aveva ragione Cézanne, quando ipotizzava una "pienezza dell'idea nei colori". La pittura di Cozzi, in fondo, è un'idea sagacemente travestita di natura: tutto è naturale in lui, ma tutto è privo di valore empirico, di cose accidentali; tutto è vero, d'accordo, ma tutto è senza peso. Ogni mistero sembra reso tangibile, sembra risolto senza tensioni. Ma alla fine ci resta una specie di stordimento, un'allucinazione. E ci accorgiamo di non avere toccato e conosciuto nulla, proprio nulla, fuorché la musica esaltata e la splendente fisicità della stia pittura. Oggi, Cozzi si presenta con un naturalismo inteso nel suo senso più vasto, basato sulla luce che penetra, dissolve e drammatizza, estromettendo l'idea (lei chiaroscuro che stringe e solidifica. Ogni suo dipinto è una sorgente che può divulgare su grandi superfici: è l'inizio di un discorso che può diventare coro. Sembra prediletto soprattutto l'elemento effusivo, quei rapporto decantato, ma sempre operante, che il pittore mantiene con la natura e che esprime con un cromatismo franto e squillante, tanto avvolto di liquori bonnardiani quanto abbacinato di lumi luminosi, strisciato di gialli, di rosa e di verdi confetto, immerso talora in un vallone lunare inzuppato di cobalti e di vermigli. Quella sua fantasia della materia, quel suo istinto guidato dal gusto e quella sua moralità di artista, quei toccare a lunghe picchiettature di colore che sono retaggio della scuola viennese, quel suo virare verso intonazioni anche violastre, serotine, luttuose, sono ingredienti tutti di nobile compenso, di abbraccio complementare ad un pittore aspro e terragno, ad un uomo denso, a uno che va a perdersi tra le maglie della natura come il bruco dentro un cespuglio. Non a caso l'artista, firmando a suo tempo il Manifesto dell'Ipercromatismo, catturava in concetto, per sé, le "pulsazioni di energia cromatica". Sono quelle stesse che oggi, intrecciate all'ordinata baldoria dei colori e dei chiarori a splendere, palpitano nel suo pennello e fanno la gibigianna cindulata sulla pelle dei quadri. Ho messo in codice, così, l'aristocratica naturalità di un artista che vibra. Il curioso nel curioso è che io mi senta ora di retrocedere, se vale a dire, ad un piedistallo di lombardità consolidala in Cozzi. Quando lascia intendere che, per lui, un albero è il massimo dell'espressione fisica, egli conduce un'operazione di nostalgia pavesiana, profonda, cocente, perdutamente dispera. Egli racconta nel quadro, come un Pavese o come un Fenoglio di Langa Lombarda, un'estate, quell'estate viva e presente, condita di mille puntigli: la terra che si presenta d'una secchezza di creta, l'aria che s'indovina incrudelita dalla canicola; e i bianchi si distendono superbi e spessi, i gialli e gli ocra sono intensi come il pulviscolo greve dei sole agostano, i neri sono brevi, ma decisi come la notte più cupa. Subito tino si ferirla, pensa, tace, ascoltando l'eco della Bellezza che canta. Ebbene, proprio per uscire da questa morsa di rischioso estetismo minore, o forse per un'insofferenza ai modi e all'idea dei puro realismo (che, a suo vedere, contiene troppo di gravido. troppo di organico), o forse ancora, più direttamente, per una sua voglia pregnante di attestazione umana e sociale, Cozzi rincorre, nelle poche opere estreme, geometrie più nuove, nuovi ritmi e misteri finali. Dipinge vortici, scoppi, squarci, lacerazioni, ingorghi, scompigli esistenziali, che sono simboli pulsanti di un tempo d'adesso crudele e magico, che divora inesorabilmente le sue tracce. E' un progetto spalancato, aguzzo, a misura di futuro. Discorso accessorio, tuttavia Inessenziale, qui a modificare o a scalfire la cifra poetica che definisce abitualmente l'artista. Rimane questa verità: che quando Cozzi si avvolge nei giochi fertili della memoria, quando srotola tutta la sua strada in amore, quando dà corpo al suo talento di convertire tu consolazioni le contrarie apparenze, quando lo stile è semplice, asciutto, ispirato alla maggiore naturalezza, allora vedi che il pittore ha colto nella realtà qualcosa di primario, di segretamente assoluto, e l'ha scoccato all'osservatore, colpendolo dritto al cuore. Ciò vuoi dire che egli ha trascinato la sua diabolica sobrietà fino al luogo sopraceleste ove dimorano le Muse. E tanto basti.



Luciano Prada







© 2007 Giancarlo Cozzi